venerdì 24 aprile 2015

'o napulitano: L'infinito di Leopardi... in napoletano!

'o napulitano: L'infinito di Leopardi... in napoletano!: L'infinito in napoletano Semp amico m’è stato stu colle sulagno, e chesta fronna, ca nun me fa vedè l’ultema parte 'e stu orizz...







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Cari lettori, 'O napulitano, il (ragazzo) napoletano, è un blog fondato nel 2015, e che a fasi alterne è attivo ancora oggi. Esso nasce dalla curiosità e dall'amore nei confronti del proprio dialetto. Senza alcuna pretesa 'didattica' in questo spazio si riportano i ragionamenti sulle espressioni più curiose che capitano all'orecchio del fondatore o dei suoi amici. A questi sono affiancati, di tanto in tanto, post con testi poetici, osservazioni sulla lingua scritta, e indicazioni sulla corretta scrittura, tutto ovviamente ancora lungo la linea del buon napoletano.  

Per qualunque tipo di segnalazione o commento, oltre allo spazio lasciato qui sotto, potete scrivere a: perrone.anto@hotmail.com, o cercare su Facebook Antonio Perrone; è infatti possibile pubblicare post e approfondimenti a nome di altri, utilizzando questo blog come un luogo di condivisione pubblica. 

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mercoledì 22 aprile 2015

Nun sta bbuon... Nun sta bbon!

Nun sta bbuon... Nun sta bbon!


Un errore molto comune nel dialetto parlato è la confusione tra maschile e femminile in alcune frasi tipiche, come la sopracitata. 

Nun sta bbon -> femminile. Non sta bene LEI

Nun sta bbuon -> maschile. Non sta bene LUI.

 


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martedì 21 aprile 2015

capere, sucutare e ire

Il napoletano e il latino

Molte parole e molti verbi del nostro dialetto derivano, ovviamente, dal latino. Vediamone tre casi curiosi:

Capere, nun ce cape, ovvero non ci entra. Il verbo deriva dal latino capio, che vuol significare appunto prendere e contenere.

Sucutare/Secutare, Sucutalo! ovvero inseguilo. Il verbo deriva dal latino Sequor (secutus sum).

Ire, nun te ne ì! non te ne andare. Il verbo deriva dal latino ire, andare.

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lunedì 20 aprile 2015

Pappuliare, arricriare... spuzzuliare!

Pappuliare, arricriare... spuzzuliare! Il napoletano in cucina

Spieghiamo brevemente tre dei termini più utilizzati nelle cucine partenopee:

Pappuliare, riferito quasi esclusivamente al ragù, è una vera e propria onomatopea. Il ragù è pronto quando il rumore nella pentola è simile a uno scoppiettio.

Arricriare, originariamente Arricriarsi, ovvero ricrearsi, essere a tal punto soddisfatti di qualcosa che il corpo si rigenera, rinasce, s'arrecrea!

Spuzzuliare, dall'italiano spilluzzicare, ovvero assaggiare piccole quantità di cibo in maniera disordinata. 



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domenica 19 aprile 2015

Figlio 'e ntrocchia!

Figlio 'e ntrocchia, Ricchione... Vediamo velocemente l’etimologia di due degli insulti napoletani più diffusi

Ricchione, ovvero omosessuale: Ricchione deriva da orecchione, e fa riferimento all’uso di marinai e corsari di portare sugli orecchi dei pendagli simili a quelli degli uomini del Sud America (degli orecchini in pratica). Se a ciò si aggiunge che il dover stare mesi e mesi costretti in mare portava spesso ad episodi di omoerotismo… vien da sé spiegata l’origine del termine.


Figlio 'e ntrocchia , ovvero furbetto, figlio di donna di malaffare: Ntrocchia deriva dal latino intra oculos, tra gli occhi/negli occhi. 'O figlio 'e ntrocchia sarebbe quello che riesce a farti qualcosa negli occhi, ovvero sotto il naso, senza che tu possa accorgertene. 


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sabato 18 aprile 2015

Pucundria... puteca

Pucundria, puteca… ovvero il napoletano e il greco

Vediamo brevemente (ma già loabbiamo visto prima)l’origine greca di due dei termini più usati nel nostro dialetto!

Pucundria, ovvero tristezza, angoscia, profondo sentimento di depressione. Deriva dal greco ypochondrios, che alla lettera significa “da sotto il costato”, a sottolineare la provenienza di tale sentimento.


Puteca, ovvero negozio commerciale. Deriva dal greco apotheka, ovvero, “io ho deposto” .


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venerdì 17 aprile 2015

Gli aggettivi possessivi (seconda parte)

I possessivi plurali

Dopo l’articolo sul singolare, continuiamo la flessione dei possessivi in dialetto

Mie-miei -> Mee/Mije
Tue -> Toje/Tuoje
Sue -> Soje/Suoje
Nostre -> Noste/Nuoste
Vostre -> Voste/Vuoste

Loro -> Llore



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giovedì 16 aprile 2015

Mio, tuo... gli aggettivi possessivi

Gli aggettivi possessivi al singolare

Mio-Mia -> mio/mia
tuo-tua -> tuoje/toja
suo-sua-> suojo/soja
nostro-nostra -> nuosto/nosta
vostro-vostra -> vuosto/vosta
loro -> lloro

E il plurale? Continuate a seguire il blog!



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mercoledì 15 aprile 2015

Frutta e verdura!

Frutta e verdura!

Vasinicola -> dall’italiano basilico.
Cerase -> dal francese cerise, ciliegie.
Purtuallo -> dal greco portokalos, arancia.

Accio -> dallo spagnolo apio, sedano.



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martedì 14 aprile 2015

Piove... chiove!

Come si trasformano le parole italiane in napoletano?

Piove.. chiove. Piano… chiano. Piena… chiena! Vediamo oggi le parole che cominciano con il suono pj

Piove -> chiove. Il suono pj italiano diventa kj in napoletano.


Pjove, Kjove. Pjano, Kjano. E così via.


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lunedì 13 aprile 2015

Scem... Sciem

I plurali in dialetto.

Se il napoletano parlato taglia quasi tutte le vocali a fine parola, come si fanno i plurali?   Semplicemente con l’articolo plurale (le, gli -> in napoletano sempre 'e)

'o capill -> 'e capill

Modificando la radice della parola, ad esempio: 

'o scem -> 'e sciem
'o per -> 'e pier
'o uaglion -> 'e uagliun.


Per ora limitiamoci a questi pochi esempi. Continuate a seguire il blog. 


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domenica 12 aprile 2015

Dante in dialetto!

Come tradurre in napoletano uno degli incipit più famosi di sempre:


Nel mezzo del cammin di nostra vita 
mi ritrovai per una selva oscura 
ché la diritta via era smarrita. 


Bell’e bbuono,
me truaje rint''a nu bosco 'o scuro 

ch’ero perze 'a strada bbona. 



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sabato 11 aprile 2015

Cazzimma... da dove viene?

Parole tipiche, parte 1

Parole tipiche del nostro dialetto. Vediamo come si scrivono e da dove nascono:

Accattare -> Comprare. Dal francese achater.

Azzo! (Azz oh!) -> Probabilmente dal tedesco Ach so! (esclamazione di meraviglia) e non, come molti pensano, dall’abbreviazione di /K/azzo.

Pacchero -> schiaffo. Dal greco pan cheir, tutta la mano/mano intera.

Cazzimma -> semplicemente /K/azzo+imma (per –imma vedi s/k/azzimma, /sh/paccimma ecc).


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venerdì 10 aprile 2015

Scritto e parlato (seconda parte)

Scritto e parlato (seconda parte)

'Ncoppa o 'ngoppa? iette o jette? È iuto o è juto?

Come spiegato nel precedente articolo, molto spesso parlato e scritto non coincidono nel dialetto napoletano, e molte parole possono assumere forme diverse. Vediamone altre:

'Ngoppa, nel dialetto parlato, sopra. Nel dialetto scritto 'Ncoppa.

I jett''a casa mia, nel dialetto parlato, io me ne andai a casa. Nel dialetto scritto Ij iette 'a casa mia.


NB: Jette, nello scritto, è il verbo gettare (non andare) -> Ij jette na carta, io getto una carta.



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giovedì 9 aprile 2015

Io devo, tu devi... in napoletano!

Il verbo dovere 

Io devo, tu devi… forse una delle cose più difficili da scrivere in napoletano. Vediamone la coniugazione:
Io aggia
Tu he’
Iss/ess 'adda-ha dda
Nuje amma
Vuje ata

Llore hanna.



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mercoledì 8 aprile 2015

Je vurria... Je vulesse!

Condizionale e congiuntivo in napoletano

Se “io vorrei” è Je vulesse, “volessi” come si dice…?
Sempre alla stessa maniera. In napoletano non esiste, almeno non più, il condizionale. E dunque tutto è tradotto dal congiuntivo. Condizionale e congiuntivo sono la stessa cosa.
Qualcuno potrebbe obiettare con un antimoderno (e antinapoletano!) Je vurria! Come la famosa canzone di Roberto Murolo, I' te vurria vasà, ovvero io vorrei baciarti. Ebbene, una esclamazione del genere non esiste più, e già agli inizi degli anni ’90 suonava come antica e fuori luogo… esistente solo nei testi scritti di opere letterarie.

Dunque, ricapitolando:

Lui vorrebbe -> Isse vulesse
Se lui volesse -> S’iss vulesse
Potresti…? -> Putisse…?

Se tu potessi… -> Si tu putisse…



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martedì 7 aprile 2015

Come si dice Ti amo in napoletano?

Ti amo... in napoletano! 

“Je t’am’”, che tanto sembra il francese Je t’aime, non esiste. “Ti amo” in napoletano non si dice, esiste, sì, il sostantivo ammore, per l’amore, per l’affetto… ma io ti amo non si dice.
E allora? Gli innamorati napoletani non possono esprimere i proprio sentimenti? Sì, ma con un altro verbo.
In napoletano, proprio come l’inglese, ti amo e ti voglio bene sono la stessa cosa, sono assimilati dalla stessa espressione “te voglio bbene”. Le prove?
  1. Nella canzone Caruso di Lucio Dalla, il giovane tenore dice alla sua futura moglie “te voglio bbene assaje”, e non ti amo.
  2.  In una famosa scena del film Il camorrista, Alfredo, fidato braccio destro di Raffaele Cutolo, dice alla sua amata Cettina “Tu mi devi sposare pecché io te voglio bbene”.



Entrambe queste scene, napoletanissime, tradotte con un banale “ti voglio bene” perderebbero di ogni senso. 



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lunedì 6 aprile 2015

Statte accorte o Statte accuorte?

Statte accorte o Statte accuorte?

Statte accorte o statte accuorte? Jammuncenne o Jammucenne? Vediamo brevemente due degli errori più comuni di chi non conosce il napoletano:

Statte accuorte, frase da vocabolario, è scorretta nel napoletano parlato. Non esiste, se non nella bocca di chi il dialetto non lo conosce.
Statte accorte, è la versione corretta.
Jammucenne, non esiste, né nello scritto né nel parlato. È una vera e propria storpiatura.
Jammuncenne, è la versione corretta.


Il napoletano è una lingua musicale, rende tutto sempre orecchiabile ed eufonico. 



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Per qualunque tipo di segnalazione o commento, oltre allo spazio lasciato qui sotto, potete scrivere a: perrone.anto@hotmail.com, o cercare su Facebook Antonio Perrone; è infatti possibile pubblicare post e approfondimenti a nome di altri, utilizzando questo blog come un luogo di condivisione pubblica. 

Vi ringrazio per la vostra attenzione e per il vostro sostegno. 

AP




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domenica 5 aprile 2015

Bukowski in napoletano!

Bukowski in napoletano

 Embè… e tu vulisse fa 'o scrittore?
Si nun te scoppia 'a dinto
a dispietto 'e tutte cose e 'e tutte quante
lieve mane.
Si nun te ven d’’o core e dd’’e cerevelle e dd’’a vocca
e dd’’o stommaco
lieve mane.
Si te n’ he 'a sta assittato tre quarte d’ore
annanze ’o computèr
o tutto stuorto 'ncopp’ a nu foglio
pe ccercà 'e pparole
lieve mane.
Si 'o ffaje p''e sorde
o p’addivintà nu vip
lieve mane.
Si 'o ffaje pe te chiavà 'e femmene
lieve mane.
Si he 'a scrivere ciente vote semp''a stessa cosa
lieve mane.
Si te sfastirie sulo a ce penzà
lieve mane.
Si bbuò scrivere comme a Fabbio Volo
o comme a me, o comme a quacchedun’ ate
lieve mane.
Si he 'a aspettà ca te iesce a fore
comme a nu ruggito 'e nu lione
allor aspiett. Nun ghì 'e pressa.
E si nun t’iesce
lieve mane.
Si primma l’he 'a fa leggere a mugliereta
o 'a nnammurata toja
o 'o guagliuncell
o a pateto o a mammeta o a quacchedun’ ate
nun è 'o mument.
Nun fa comm’ a tanta scrittore
nun fa comm’ a tanta sciem
ca 'ncapa a lloro so’ scrittore
nun fa 'o strunz.
'O munn sta chin 'e sciem comm’ a tte.
Lieve mane, stamme a sentì
ca si nun t’iesce 'a dint’ all’anema comm’ a nu razzo
e tu nun siente ca putisse ascì pazzo
o perdere 'a capa e penzà 'e t’accidere
lieve mane.
C’adda sta 'o ffuoco dint''o pietto tuoje
'a sinò lieve mane.
Quanno arrivarrà ‘o mumento
e si è chelle ca fa pe tte
sta’ sicur ca te vene
e nun se ferme cchiù
fine a quanno nun ce muore
o fine a quanno nun t’accide.
Nun ce stanne ati mmanere
t''o ddico comme a nu frate.
Ce simme passate tutte quante.



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