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lunedì 11 marzo 2024

criXion

criXion, romanzo su Napoli in napoletano 


È pubblicato il 27 febbraio 2024 il mio primo romanzo, scritto in italiano e in dialetto napoletano: criXion.


Ambientata a Napoli, questa storia illustra le vicende di una famiglia del Pallonetto di Santa Lucia, attraverso la voce di uno dei suoi membri più giovani: Luciano. Ossessionato da un incubo, il ragazzo si convince di scontare una maledizione familiare, la quale si accompagna ai primi sintomi di uno squilibrio psichico. I dialoghi col terapeuta rappresentano il momento in cui il protagonista viene condotto alla presa di coscienza di un trauma infantile, che conduce all’epilogo del libro. Il lettore partecipa in prima persona allo svelamento di questo passato, anche tramite la struttura narrativa di alcune sezioni, che rivelano una sottotrama della storia raccontata. Il libro è scritto in italiano e in dialetto napoletano, e utilizza diversi registri linguistici. A questa caratteristica, su cui si fonda la psicologia dei personaggi, si aggiunge l’utilizzo di immagini e simboli che raffigurano i sogni del protagonista.




domenica 24 aprile 2022

Nel napoletano non esiste il verbo dovere


                                                                            prosa 3.

Nel napoletano non esiste il verbo dovere, e la necessità si esprime con l’aiuto del latino: have’ ’a. Il dialetto più antico d’Italia, figlio di Roma e di Grecia, non conosce l’urgenza del fare. Il parlante medio, ignaro di questa lacuna, confonde così obbligo e possibilità: si havessa, ch’avessa, nunn havessa, possiedono allo stesso tempo il significato di dovere e potere. 
Il napoletano ha una grammatica rigida, ma è filologicamente scorretto. I suoi principi sono quelli della poesia: il ritmo, l’immagine, l’ambiguità del significato. È per questo che alla lengua nostra manca anche il verbo ‘amo’, poiché difettando nel condizionale, confonde il desiderio con l’eventuale.

                                                                                                                               Antonio Perrone









Le altre prose, non dedicate al dialetto, si trovano qui.



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Cari lettori, 'O napulitano, il (ragazzo) napoletano, è un blog fondato nel 2015, e che a fasi alterne è attivo ancora oggi. Esso nasce dalla curiosità e dall'amore nei confronti del proprio dialetto. Senza alcuna pretesa 'didattica' in questo spazio si riportano i ragionamenti sulle espressioni più curiose che capitano all'orecchio del fondatore o dei suoi amici. A questi sono affiancati, di tanto in tanto, post con testi poetici, osservazioni sulla lingua scritta, e indicazioni sulla corretta scrittura, tutto ovviamente ancora lungo la linea del buon napoletano.  

Per qualunque tipo di segnalazione o commento, oltre allo spazio lasciato qui sotto, potete scrivere a: perrone.anto@hotmail.com, o cercare su Facebook Antonio Perrone; è infatti possibile pubblicare post e approfondimenti a nome di altri, utilizzando questo blog come un luogo di condivisione pubblica. 

Vi ringrazio per la vostra attenzione e per il vostro sostegno. 

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mercoledì 11 novembre 2020

'O sciuscià

 'O sciuscià


Chi non si sarà mai chiesto cosa voglia dire sciuscià? Sciuscià è il nome utilizzato per indicare i lustrascarpe a Napoli nella prima metà del '900. Ancora oggi, in alcuni periodi dell'anno come la primavera o l'autunno, è possibile trovare in alcune vie della città questa figura, come accade ad esempio in via Roma. Ma cosa vuol dire esattamente sciuscià? 

Secondo quanto afferma Curzio Malaparte nel romanzo La pelle, ambientato a Napoli durante la seconda guerra mondiale, esso non sarebbe altro che una storpiatura dell'inglese shoe shine (scioscià). Inteso come esclamazione il termine significa "la scarpa brilla", mentre utilizzato come sostantivo prende il significato proprio di "lustrascarpe".




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sabato 27 giugno 2020

Due testi in dialetto

Due testi inediti in dialetto 





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domenica 9 febbraio 2020

Sto' ccà di Eduardo De Filippo



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domenica 16 giugno 2019

Giambattista Basile, Lo cunto de li cunti


Introduzione a Vardiello, Trattenemiento quarto de la iornata primma. 

Cliccare sull'immagine sottostante




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sabato 10 novembre 2018

'A pernacchia!

'A PERNACCHIA

La pernacchia, ovvero il peto imitato con la bocca. L'etimologia di questo nome è da ricercare nel latino vernaculum (derivato a sua volta da verna, lo schiavo domestico), terminologia che sta appunto ad indicare ciò che è "volgare", dunque "scurrile". 

I fenomeni fonetici che portano alla creazione della parola moderna li abbiamo già anticipati nelle prime lezioni, ma è importante ricordarli brevemente: 

  1. vernaculum --> vernaclum (sincope)
  2. vernaclum --> vernacchium (vedasi la lezione sui nessi consonantici al seguente link)
  3. vernacchium-->vernacchio (per caduta della consonante finale nel latino volgare)
  4. vernacchio->vernacchia/pernacchia







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martedì 6 novembre 2018

ll'aneme d''o priatorio

ll'aneme d''o priatorio

A quanti di noi è capitato di imbatterci, per i vicoli della città, in una di quelle edicole sacre che la gente del posto costruisce per i propri cari defunti? Il web (e anche wikipedia!) ne è ormai pieno. 
Noi qui non ci occuperemo delle edicole sacre in generale, trattandosi di un blog specificamente linguistico, ma di un solo particolare tipo di questi piccoli sacrari, quelli che vengono comunemente chiamati ll'aneme d''o priatorio, alla lettera le anime del pregatorio/purgatorio (ambivalenza dovuta ovviamente a una torsione linguistica, giacché in napoletano priare è pregare, e non certo purgare). 

Una cosa che mi sono sempre chiesto fin da bambino è perché quelle povere animelle fossero rappresentante come agonizzanti in un un fuoco perpetuo. Sembravano più dannati che penitenti... Ecco allora che pochi anni dopo, a scuola, la risposta mi venne da Dante:

vedrai li antichi spiriti dolenti, ch’a la seconda morte ciascun grida;        e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti.

In Inferno I 116-120, Virgilio parla delle anime che, alla lettera, sono contente di stare nel fuoco, perché hanno la speranza di salire al paradiso una volta scontata la propria colpa (e altri riferimenti ci saranno ovviamente nel Pugratorio vero e proprio). 
Secondo la religione cattolica-popolare, infine, è risaputo che le anime del purgatorio possano ricevere uno "sconto" alla propria condanna grazie alle preghiere dei propri cari in vita. 
Ecco che allora ci spieghiamo la deformazione linguistica! Le anime del purgatorio diventano quelle del "pregatorio" per una sorta di espansione semantica del sintagma che vede collegate purga e preghiera in un rapporto di causa-effetto. Mi è stato difficilissimo ricostruirlo. 




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Accortenza o Accortezza?

Accortenza o accortezza?


Riprendendo una delle "lezioni" più seguite su questo blog, ovvero quella sullo "stare accorti", ragionavo sul fatto che alla stessa etimologia del verbo è legato un altro comunissimo errore partenopeo. Si dice accortezza o accortenza? 
La risposta è, cacofonicamente, la seconda, accortezza, col suffisso latino dei sostantivi in -itia. La lingua napoletana, nella sua straordinaria musicalità e capacità inventiva, propende invece per la forma accortenza, col suffisso latino dei sostantivi in -entia, forma dunque irregolare ma che ha riscosso molto successo se, per esempio, guardiamo all'articolo pubblicato dal napolitoday sulle elezioni comunali del 2013: 

Ma, quando un elettore si reca alle urne deve sempre fare molta attenzione ed esprimere il proprio voto con accortenza per essere così certo che il voto sia valido (cit. da NapoliToday del 23 maggio 2013).

Insomma noi Napoletani ci mettiamo sempre del "nostro", ma bisogna purtroppo ammettere che la forma tanto in voga in Campania è invero una torsione di una forma italiana regolamentata. 




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giovedì 16 marzo 2017

Lezione orale di napoletano #1

Lezione orale di napoletano #1



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domenica 11 dicembre 2016

'o babbà

'o babbà


Il babà, ovvero il tipico dolce napoletano. Vi siete mai chiesti cosa significhi questa parola? Ebbene la sua etimologia è da ravvisare ancora una volta nell'arabo, baba, che vuol dire papà (forse per la sua forma che ricorda l'apparato maschile?). 
Altre testimonianze farebbero invece risalire il dolce al francese baba, ovvero vecchia, o ancora al polacco baba drozdzowa, nonna lievitata. 




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venerdì 2 dicembre 2016

Napoletano e Catalano/Castigliano

Il dialetto napoletano e il catalano/castigliano




(Immagine presa in prestito dalla pagina facebook cometovisitnaples)




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domenica 24 gennaio 2016

Le vocali finali

Le vocali finali/Lo schwa

L'anno scorso abbiamo insistito molto sul rapporto tra il napoletano scritto e quello parlato, soprattutto sulle differenze che vi sono tra l'uno e l'altro. Oggi approfondiamo la questione delle vocali a fine parola, come si pronunciano e come si scrivono?

Scrittore-> Scrittòrə
Tua madre -> Mammetə

e così via. Ma come si pronuncia quel suono gutturale che qui rappresentiamo con una e capovolta?
Esso corrisponde all'incirca alla pronuncia delle vocali inglesi in termini come: apart, taken, pencil. Per un ascolto veloce della giusta pronuncia cliccare sul seguente link youtube.



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sabato 23 gennaio 2016

La metafonesi

La metafonesi

Fenomeno tipico del dialetto napoletano è la metafonesi, ovvero la modificazione di una vocale accentata di una parola per influsso della vocale finale della stessa. È un fenomeno osservabile soprattutto nella formazione dei plurali:

Piède-> pièdi
Père-> Pri 

Dove la i finale del plurale di piedi, modifica la vocale accentata è.



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lunedì 14 dicembre 2015

Come si scrive in napoletano?


Come si scrive in napoletano? Esempio pratico tratto da Io la chiamo vita (youcanprint editore)

Ce stanne cose ca je nun bboglio dicere, no, e allora 'e zompo tutte quante. Nun me ne fotte proprie. Nun me ne fotte proprie 'e chi me po ddicere “guarde c’’accusì nun se fa”, je 'o ffaccio e basta.
Ce stanne cose ca je nun bboglio dicere, no, e nunn’e bboglio dicere pecché so’ troppe personale, e me metto nu poco scuorno. Allora 'e vvote 'e ddico mità, ati vvote nun dico proprie niente. Quaccheduna me l’aggio pure 'nventata. 'O fatto è ca overo nun se pò ddicere tutte cose, ma mica pe’ pazzià, mica pecché me sfasterio. Chella è na cosa seria, mica è na pazziella! E je 'o saccio eh, 'o saccio troppo bbuono. Però nun ce pozzo fa niente, m’è vvenuto accussì. E accussì m’’o tengo.
Vulesse verè a vvuje, pare facile a parlà, ma crediteme, è tutte cose, overo tutte cose, tranne ca facile. Je aggio ittato 'o sanghe, e sto ghittanne 'o sanghe pure mo. E nun ve credite, saccio pure ca “excusatio non petita accusatio manifesta”, ma 'o ssapite vuje che bbò dicere a sta 'a chell’ata parta? Nun penzo proprie. Vuje non v’avite maje avutate 'a ccà, pecché a rimané 'a ddò state vuje è meglio. Stateme a sentì. Je 'o saccio.
E sì, sì, è overo, saccio pure ca v’aggio ditto ca je me ne ieve, ca parteve e ca po’ ve faceve sapè tutte cose 'a luntano. Però ch’ c’appizza? Je a decisione l’aggio pigliata overamente, mica apposta! È ca pe nu motivo o pe n’ato p’’o mumento nun m’aggio pututo movere assaje. Avite capite? Nunn’è ca je nun m’aggio muvuto proprie, eh, è ca nun l’aggio fatto ancora definitivamente, però sto llà llà per. E vvuje 'o sappite ca sta llà llà per è 'o piezzo cchiù difficile, ca 'a coda è sempe cchiù tosta d’’a capa e ca 'ngoppo all’albero 'e natale 'a parte cchiù difficile è 'a stella. Vuje sapite tutte cose. Lo so. Nun ve credite ca je so scemo, pecché scemo nun site mmanco vuje.




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venerdì 27 novembre 2015

Fatte na pelle!

'A pelle

Qual è l'origine di questa espressione di cui TUTTI  conosciamo il significato? 

'A pelle (ovviamente non quella del nostro corpo) deriva dal latino classico pellex, ovvero "prostituta". Per cui farsi una pelle etimologicamente starebbe a significare "fare sesso con una prostituta", non tanto lontano, dunque, dal significato odierno! 




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mercoledì 25 novembre 2015

'O patapata 'e ll'acqua!

'O patapata 'e ll'acqua! 

Espressione tipicamente napoletana per indicare un forte acquazzone, da dove deriva tale modo di dire?

Secondo alcuni patapata sarebbe un'onomatopea che riproduce il suono dell'acqua che batte sul suolo. Sbagliato.

Patapata sarebbe in realtà una contrazione di pate pate (il padre del padre), che secondo molti rimanderebbe all'immagine di un atavico temporale, simile a un diluvio. Ma siamo ancora lontani dal dare un senso a questa espressione, che va cercata in ambito religioso.

Nel culto mitraico (diffusosi nel tardo impero romano) esiste la figura di un sacerdote supremo che prende proprio il nome di pater patrum - pater patres, per l'appunto "il padre dei padri", ovvero 'o patapata. La forte diffusione di tale orientalismo in ambito italico sarebbe per altro attestata dal fatto che anche il nostro Papa viene chiamato allo stesso modo.

In conclusione 'o patapata 'e ll'acqua rappresenterebbe dunque nu ddio 'e temporale! 



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Cari lettori, 'O napulitano, il (ragazzo) napoletano, è un blog fondato nel 2015, e che a fasi alterne è attivo ancora oggi. Esso nasce dalla curiosità e dall'amore nei confronti del proprio dialetto. Senza alcuna pretesa 'didattica' in questo spazio si riportano i ragionamenti sulle espressioni più curiose che capitano all'orecchio del fondatore o dei suoi amici. A questi sono affiancati, di tanto in tanto, post con testi poetici, osservazioni sulla lingua scritta, e indicazioni sulla corretta scrittura, tutto ovviamente ancora lungo la linea del buon napoletano.  

Per qualunque tipo di segnalazione o commento, oltre allo spazio lasciato qui sotto, potete scrivere a: perrone.anto@hotmail.com, o cercare su Facebook Antonio Perrone; è infatti possibile pubblicare post e approfondimenti a nome di altri, utilizzando questo blog come un luogo di condivisione pubblica. 

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mercoledì 4 novembre 2015

Come si dice?

Come si dice?



ovvero gli errori più comuni dei non parlanti dialetto

Estate -> Stagione (e non Estat')
Soldi -> Sorde (e non sold' o peggio ancora suord)
Ci vediamo -> Ce verimme (e non c''o bberimmo)




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giovedì 29 ottobre 2015

Scugnizzo

'o scugnizzo

L'etimologia di scugnizzo, ragazzino di strada, è dal latina excuneare, diventato in volgare (e)scugnare, ovvero l'azione che nel gioco dello strummolo serve a rendere inutilizzabile proprio lo strummolo dell'avversario, per l'appunto "scugnannolo", scalfendolo.




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martedì 27 ottobre 2015

'O tauto

TAUTO

Taùto/tavùto (tabbuto in siciliano) indica in napoletano la bara, il feretro. Questo termina ha un'origine orientale, dall'arabo tabu't, con lo stesso identico significato.




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